Lo sguardo materno che non vede. Riflessioni su Joker e Kevin

Su Joker è stato detto tanto, forse tutto, sicuramente troppo e un post in più potrebbe sembrare ridondante – me ne scuso. Ma questo, in realtà, non vuole essere uno scritto (solo) su Joker, bensì (anche) su Kevin, o, ancor meglio, sulle loro mamme.

Chi è Kevin?

Quando sono uscita dal cinema dopo aver visto Joker, stordita dalle emozioni, dalla fotografia stupenda, dalla colonna sonora mozzafiato, dall’angoscia, dai pensieri, un’immagine mi tormentava: quella di Kevin, il folle ragazzo che compie una strage in un film meraviglioso di Lynne Ramsay, We need to talk about Kevin (E ora parliamo di Kevin).

Mi sono chiesta il perché, e ho rivisto per l’ennesima volta il film. E lì ho capito che, forse, Kevin e Joker hanno più cose in comune di quanto, in apparenza, possa sembrare.

Chi ha visto entrambi i film può associare le parole alle immagini; chi non li ha visti, oltre a dover recuperare, può addentrarsi in quello che vuole essere più che un discorso sulla patologia, un pensiero intorno alla figura materna.

Che cosa vede il bambino quando guarda il viso della madre? Direi che, normalmente, il bambino vede sé stesso. In altre parole la madre guarda il bambino e la sua espressione è relativa a ciò che vede nel bambino”. Con questa celebre espressione, Winnicott (1971) vuole stare a significare che il senso del Sé del bambino viene costruito relazionalmente, a partire da ciò che la mamma rispecchia sin dai primi giorni di vita. Il bambino, cioè, viene “riconosciuto” e “individuato” in quanto essere proprio quel tale bambino, e non un altro.

La responsività materna si basa sulla capacità di comprendere, riconoscere e rispondere ai segnali affettivi inviati dal bambino. Il genitore rimanda al figlio, attraverso il proprio sguardo, lo stato affettivo che vede espresso in quel momento sul suo volto. Attraverso questi scambi continui, il bambino può passare da un’eteroregolazione dei propri bisogni a un’autoregolazione. La madre, interpretando gli stati emotivi e i bisogni del bambino, glieli rimanda elaborati, cioè digeribili, gestibili.

Cosa succede quando una madre è, ad esempio, depressa? Cosa rimanda il volto materno? Potremmo dire che il bambino non incontra sé stesso, che nessun rispecchiamento gli viene offerto, che i suoi stati emotivi non possono essere elaborati e resi digeribili: il bambino rimane a contatto con angosce profonde, e, nel suo sviluppo, difficilmente incontrerà il suo vero Sé, perché nella sua storia non gli è stata offerta la possibilità di incontrarsi. Ci si è dovuti scontrare troppo precocemente con un’alterità ingombrante, con una madre che, annebbiata, non ha potuto vedere il suo bambino.

Ed ecco, allora, che, non appaia forzato, il filo che, nella mia mente, collegava Joker e Kevin è proprio questo sguardo materno che non vede.

Nel caso di Joker nulla sappiamo della mamma naturale e delle modalità di adozione (a che età è stato adottato? È stato abbandonato? La madre naturale è deceduta? Prima dell’adozione è stato in un orfanotrofio? Interrogativi ai quali, se fossimo in un approfondimento diagnostico, sarebbe necessario rispondere). Conosciamo solo la madre adottiva e su quella dobbiamo basarci, tenendo solo in un angolino della mente i nostri interrogativi sui vissuti abbandonici che il piccolo Arthur si porta dietro.

Affibbiare il nomignolo Happy significa chiedere al bambino che è stato di essere sempre felice, oltre ogni logica. Il che, naturalmente, è ben lontano dall’essere un augurio, perché significa non entrare in contatto con quella sofferenza e quell’angoscia che ogni bambino porta, in particolare i bambini che vengono adottati. Significa negarlo, quel dolore, significa non dargli dignità d’esistere. Significa non rispecchiare gli stati emotivi del bambino e farlo sprofondare in una confusione senza fine. Ma il dolore esiste, e dove va a finire? Dove va a finire l’angoscia?

Nel caso di Kevin, invece, abbiamo un figlio che non è stato investito di alcun desiderio da parte della madre. Il bambino, negli occhi della madre, incontrando il suo desiderio, si sente amato e amabile e cresce con un senso di Sé in qualche modo solido. Kevin nello sguardo della madre incontra il rifiuto, incontra, a tratti l’odio (“La mamma di Kevin era felice prima che Kevin arrivasse, ora desidera ogni giorno risvegliarsi in Francia!” urla una Tilda Swinton straordinariamente anaffettiva). L’espressione del sé viene continuamente confusa dal bambino con lo stato mentale del genitore (ostilità, aggressività, impotenza, dissociazione, ecc) per cui arriva a percepirsi come ostile, aggressivo, impotente, spaventato, rabbioso, vulnerabile, confondendo il proprio Sé con lo stato mentale del genitore. Il rispecchiamento fallisce e il bambino sviluppa un’immagine di sé coerente alle rappresentazioni del genitore. Kevin agisce quello che, in nuce, era il rifiuto della madre. Un rifiuto compensato da azioni posticce non autentiche, di cui il bambino si accorge sempre.

La mamma di Kevin, in questo frame, distoglie del tutto lo sguardo dal bambino per non incontrare la sua sofferenza. Madre e figlio non sono in contatto.

Da un lato, dunque, abbiamo un bambino a cui è stata piazzata una maschera (“Happy” prima, “Joker” poi) che non può portare il suo vero Sé a una madre che non lo vede a causa di una sua patologia; dall’altro, un bambino rifiutato che non può portare i suoi bisogni affettivi più profondi perché verrebbero fatti cadere nel vuoto, che costruisce il suo Sé attorno al rifiuto materno, a sua immagine e somiglianza.

In entrambi i casi, abbiamo una rabbia dilagante, un rancore che diventa (a dir poco) distruttivo.

Lo specchio che rimanda un sorriso forzato, non autentico racconta del fallimento del rispecchiamento primario in cui il bambino che fu non ha potuto essere visto e dunque vedersi.

Qui, come sempre, mi torna in aiuto Winnicott e, in particolare, ciò che dice a proposito della tendenza antisociale.

“Quando esiste una tendenza antisociale significa che vi è stata una vera deprivazione (non una semplice privazione); vi è stata cioè la perdita di qualcosa che è stato positivo nell’esperienza del bambino fino ad una certa epoca e che è stato poi ritirato. Questo ritiro è durato più a lungo del periodo di tempo in cui il bambino riesce a tener vivo il ricordo dell’esperienza (…) Vi sono sempre due aspetti nella tendenza antisociale anche se l’accento viene posto qualche volta più sull’uno che sull’altro. Uno di essi è tipicamente costituito dal furto, l’altro dalla distruzione. Con l’uno il bambino ha speranza. Con l’altro cerca quel grado di stabilità ambientale che potrà sopportare la tensione proveniente dal comportamento umano che, per la fiducia che esso ispira dà all’individuo la libertà di muoversi, di agire, di eccitarsi. (…) Nel mio studio del quasi-normale e (in termini di sviluppo individuale) delle radici più primitive della tendenza antisociale desidero tenere sempre presente questi due aspetti: la ricerca dell’oggetto e la distruzione.” (Winnicott, 1956)

In altre parole, secondo Winnicott, l’atto criminale rappresenta una sfida che costringe l’ambiente a prendere posizione, ma questa sfida contiene pur sempre un nucleo di speranza. La speranza di poter intervenire sull’ambiente (e dunque c’è la ricerca dell’oggetto), di poter produrre un cambiamento, di poter ricevere ciò di cui si pensa di aver diritto che, in origine, è stato un amore negato.

Naturalmente, in questa breve riflessione non c’è stato modo di parlare delle madri come donne, eppure è un pensiero che mai mi abbandona. A tutte le madri può accadere di sperimentare vissuti depressivi, vissuti ostili nei confronti del proprio figlio e successivi sensi di colpa e tentativi di riparazione che possono essere poco autentici. Perché una madre è stata prima una figlia, e nel suo vissuto di madre porta con sé la sua esperienza primaria.

Il mio consiglio extra-cinematografico è sempre lo stesso: donne, mamme, fatevi aiutare. Prima ancora di una madre che lo ami, un bambino ha bisogno di una madre che si ami. Solo così potrà fare esperienza di un amore pieno, gratificante, onesto.

Una depressione materna può incidere significativamente su tutto lo sviluppo del bambino

BIBLIOGRAFIA

Winnicott D.W. (1956), Il bambino deprivato, Cortina, Milano, 1986
Winnicott D.W. (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...